Non comprare Alitalia, compra Malpensa

Il Cav. ancora una volta spariglia. L’uscita di Silvio Berlusconi a favore di una cordata italiana, basata sul binomio Air One e Intesa Sanpaolo (ormai sfilatosi), per rilevare Alitalia ha acceso il dibattito di ieri sul destino dell’ex compagnia di bandiera. Il leader del Pdl però questa volta ha sbagliato bersaglio.
20 MAR 08
Ultimo aggiornamento: 12:01 | 21 AGO 20
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Il Cav. ancora una volta spariglia. L’uscita di Silvio Berlusconi a favore di una cordata italiana, basata sul binomio Air One e Intesa Sanpaolo (ormai sfilatosi), per rilevare Alitalia ha acceso il dibattito di ieri sul destino dell’ex compagnia di bandiera. Il leader del Pdl però questa volta ha sbagliato bersaglio. Giusta e opportuna la sua chiamata alle armi ai colleghi imprenditori, troppo spesso facili ai proclami e meno alle azioni concrete, l’obiettivo però va ricalibrato. Alitalia è destinata ad Air France per mille ragioni (il mercato teso ai consolidamenti internazionali, il know how francese del business e delle fusioni, la grande disponibilità finanziaria), chi deve uscire ora dalla logica assistenziale e necessita della fantasia del Cav. è Sea, la società che gestisce gli scali di Malpensa e Linate. In Italia, al contrario di ciò che accade all’estero, la maggior parte degli aeroporti sono controllati da enti locali. Azionariati pubblici da cui discendono scelte dettate dalla politica e non da percorsi industriali. Una Sea privata dieci anni fa, ad esempio, avrebbe potuto difendersi in maniera adeguata dai pasticci che fecero i governi dell’Ulivo sulla ripartizione del traffico tra Linate e Malpensa. Quando nel ’99 l’ad Tomaso Quattrin provò a salvare il progetto Malpensa dalle obiezioni delle compagnie straniere fu censurato e poi allontanato dal sindaco Gabriele Albertini. Il comune di Milano, azionista di riferimento con l’84 per cento, aveva infatti deciso di non irritare i suoi concittadini con la limitazione di voli a Linate. Sea oggi deve fare autocritica per essersi cullata per troppi anni sulle commesse di Alitalia. Perso il primo cliente, rischio impossibile da scongiurare in un libero mercato, la società guidata da Giuseppe Bonomi si trova smarrita, senza un piano industriale. La nuova strategia è basata unicamente sulla richiesta danni da 1,25 miliardi di euro presentata ad Alitalia. Soltanto una minaccia per convincere l’aerolinea a tornare sui suoi passi. Caro Cav., raccolga sì un cenacolo di imprenditori e finanzieri pronti alle sfide come lei. Privatizzi Sea davvero, non come si provò in passato vendendo un’inutile quota di minoranza. Affidi la società a un management capace di elaborare progetti industriali. Vedrà le armi per costruire un polo alternativo a quello romano-parigino di Alitalia non le mancheranno. Il Nord non l’abbandonerà.